HODA BARAKAT

Scrittrice, giornalista, traduttrice e insegnante

Nata a Beirut nel 1952, Hoda Barakat è cresciuta a Bsharre, nel nord del Libano, ai bordi della valle di Qadisha, a circa 110 km dalla capitale, a un'altitudine di oltre 1.500 metri, la stessa cittadina che ha dato i natali al poeta e filosofo Khalil Gibran.
Laureata in letteratura francese all'Università di Beirut, tra il 1975 e il 1976 inizia un dottorato di ricerca a Parigi, ma lo scoppio della guerra civile libanese la induce a tornare nel suo paese dove, per circa dieci anni, lavora come giornalista, traduttrice e insegnante. Il suo primo libro, una raccolta di racconti intitolata Za'irat (I visitatori, non tradotto), esce nel 1985.
Nel 1989 si trasferisce a Parigi con i figli ed entra a far parte di Radio Orient, dove lavora per molti anni come responsabile dell’informazione. Il suo primo romanzo, La Pierre du rire (Actes Sud, 1996) le vale il Premio Al-Naqid. Seguono vari altri romanzi, che ricevono i più prestigiosi premi letterari del mondo arabo: nel 2000, al Cairo, il Premio Naguib Mahfouz per L’uomo che arava le acque (Ponte alle Grazie, 2003); nel 2018, a Dubai, il Premio Al-Owais per l'intera sua opera; nel 2019, ad Abu Dhabi, l’International Prize for Arabic Fiction (IPAF) per Corriere di notte (La nave di Teseo, 2019).
Oggi Hoda Barakat si dedica interamente alla letteratura. Nel 2025 è stata tra i dodici scrittori stranieri selezionati dalla Royal British Literary Society. I suoi romanzi più recenti sono Le royaume de cette terre (Actes Sud, 2012; inedito in Italia) e Hind ou la plus belle femme du monde (Actes Sud, settembre 2026; La nave di Teseo, inizi 2027).
Oltre ai titoli già citati, sono disponibili in italiano altre due sue opere: Malati d'amore (Editoriale Jouvence, 2002) e Lettera da una straniera. Da Beirut a Parigi: diario di una vita altrove (Ponte alle Grazie, 2006).

Limbo! LIMBUS!

Hoda Barakat

1

La prima cosa che viene in mente quando diciamo “limbo” è il ballo. Originario dell’Africa e dei Caraibi, si tratta di un ballo difficile e doloroso poiché richiede che il ballerino si pieghi all’indietro, avvicinandosi al suolo, inarcando le ossa pelviche e i fianchi, affidandosi solo alle ginocchia per passare sotto una corda tesa (o un’asticella) tenuta da entrambi i lati, senza toccarla. E la prosecuzione del ballo si basa sul successo del ballerino nel passare sotto quella corda, più e più volte, avvicinandosi sempre più al suolo. Non c’è quindi fine al suo ritmo, che non si interrompe se non con il crollo dell’ultimo ballerino, cioè con la sua caduta a terra o lo sfioramento della corda tesa.

Negli anni sessanta il diffondersi di questa danza ha provocato patologie descritte come “limbo set”: artrite, strappi muscolari, slittamento dei dischi cartilaginei. Deve essere per questo che è scomparsa anche dai paesi d’origine. Il limbo è la più coercitiva di tutte le faticose danze di strada a noi note. Mentre queste ultime si basano su molteplici abilità tecniche e permettono al ballerino di scegliere come amministrare il proprio corpo, il limbo ha un’unica legge, fissa e immutabile: il suo obiettivo è interromperlo e farlo cadere, a dispetto della sua destrezza.

Non è stato difficile riportare la danza del limbo – intesa come concetto – alle sue origini latine. Ne vediamo il riflesso nelle arti, dalla pittura al cinema alla televisione. Limbo significa “rimanere in uno stato insopportabile” o “l’impossibilità di emergere in modo sicuro dall’attrazione di due poli”. Si riferisce altresì alla necessità di affrontare una situazione difficile da cui non si può uscire, il che rende il limbo l’inizio di un cambiamento radicale di cui non sappiamo come e per quanto tempo durerà.

Il limbo è una spinta a competere, a perseverare, a battere gli altri e soprattutto l’asticella. Ma finisce sempre con un crollo. Questo crollo è la morte del ballerino o il culmine festoso del rito collettivo? Tutto ciò pare abbastanza logico se risaliamo all’origine latina della parola, limbus.

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Prima di acquisire il suo significato religioso, limbus significava “confine, soglia o margine”. Il limbo è quello spazio indistinto e instabile al di fuori del corpo principale. Ma a partire dal XIII secolo, con il crescente potere della Chiesa in Europa, il significato religioso del termine ebbe il sopravvento. Senza troppe spiegazioni tale significato si associò alla “letteratura” seminatrice di terrore che descrive il giudizio cui l’anima va incontro dopo la morte. Il limbo è la posizione in cui ci troviamo quando le nostre azioni passate sono sottoposte a giudizio prima di accedere al paradiso o precipitare nel fuoco eterno. Il limbo si applicava anche a coloro che non avevano ricevuto un giudizio definitivo sulle loro azioni passate, sia perché risultavano pari, sia, come nel caso dei bambini, perché non erano stati battezzati né avevano commesso alcun peccato. Poiché la loro innocenza non le assolve dal peccato originale, queste anime rimangono in purgatorio fino alla fine dei tempi. Nella tradizione ebraica questo luogo è indicato come “il seno di Abramo”. Le anime risiedono in questo limbo fino a quando il Messia non scenderà nelle profondità dell'inferno nel grande Giorno della Resurrezione per liberarle e ammetterle alla vita eterna e misericordiosa. Quanto agli idolatri che non riconoscevano il volto di Dio, perché i missionari cattolici europei non li avevano raggiunti, la legge ecclesiastica ha discusso a lungo se avessero un'anima in grado di affrontare il processo nel Giorno del Giudizio, o se perissero come gli animali.

Come nell’ebraismo e nel cristianesimo, anche nell’Islam il Giorno del Giudizio consiste in un conteggio delle buone e delle cattive azioni, che vengono soppesate su una bilancia divina. Basterà il peso di una piuma d’uccello a decidere del loro destino. I defunti si trovano nel purgatorio tra il paradiso e l’inferno, uno stato ben raffigurato dall’immagine della “Retta via”: una corda tesa da entrambi i capi, sulla quale l’anima incede, con gli angeli da una parte e i demoni dall’altra.

Alle elementari, il catechismo era fonte di un grande terrore che mi perseguitava giorno e notte, soprattutto di notte. Né la gentilezza di alcune delle suore che tenevano le lezioni, né l’infinita tenerezza di mia madre riuscivano a tenere a bada quegli orribili incubi. Tuttavia non ho mai parlato con nessuno della mia sofferenza perché ero ossessionata dal tentativo di dimenticarla e cancellarla, specialmente quando vedevo che le mie compagne di classe ‘normali’ erano ignare di ciò che mi tormentava. Amavo molto Gesù e cercavo di vedere in lui una misericordia diversa da quella di suo padre, Dio, o da quella della suora che ci insegnava il catechismo. Mi rivolgevo a lui perché aveva un corpo come il nostro. Anche lui era un bimbetto cui la madre proibiva di giocare per strada la sera e che lo obbligava lavarsi le mani prima di mangiare. Anche lui aveva sofferto e conosciuto il tradimento ed era morto come muoiono i parenti ed era stato sepolto come vengono sepolte le nonne. Mi rivolgevo a lui chiedendo intercessione e misericordia perché anche lui aveva sperimentato la coercizione e la confusione. Proprio come me, era incompreso.

Quando ripenso a quegli anni, provo una grande pietà per quella bambina con una fervida immaginazione della sofferenza. E quando rifletto sul suo desiderio muto, mi rendo conto di quanto abbia modellato la mia vita e delineato i contorni della mia ansia di scrivere, anche se quest’ultima ha finito per assumere forme e aspetti diversi.

Ora so perché da adolescente, nonostante la pressione sociale e la paura del bullismo, non ho mai ballato il limbo. Mi bastava guardare i ballerini per sentire un gran male alle ginocchia. Non era l’inarcamento della schiena o la flessione delle ossa pelviche e delle ginocchia a spaventarmi, bensì l’associazione del nome del ballo con l’immagine del limbo nel catechismo.

Finire all’inferno non è tuttavia la cosa peggiore che può accadere, né è la fonte di ogni terrore. Il credente può evitare di peccare seguendo le tonnellate di consigli, istruzioni e guide a sua disposizione. Piuttosto, ciò che più mi terrorizza è trovarmi in quel non-luogo, su quella corda tesa: uno stato di grande confusione e cecità assoluta. Quel non-luogo è sospeso in un tempo che non scorre mai o scorre così rapidamente che la nostra mente è incapace di calcolarne la velocità o di comprenderne l’essenza. Siamo inorriditi dalla consapevolezza di essere in un punto di inizio che annuncia contemporaneamente la nostra fine: una morte assoluta ed eterna dalla quale non potremo mai fare ritorno. Ci troviamo tra i due poli della morte, in una solitudine fatale. La guerra civile libanese deve averci inculcato ancora più profondamente questa crudele lezione.

3

È ormai da un bel po’ di tempo che sono in preda all’insonnia e a un’ansia estrema. La situazione è peggiorata da quando ho visto un documentario sul ritiro degli ultimi soldati americani dall’Afghanistan, prima che i talebani entrassero a Kabul. Quel che il mondo ha visto nei notiziari televisivi erano brevi immagini in cui una moltitudine di esseri umani correva a fianco di un grande aereo da trasporto militare. Si aggrappavano all’aereo come grappoli d’uva che tremano sui tralci finché non vengono abbattuti durante la vendemmia.

Era comprensibile che gli afghani che avevano lavorato con gli americani per anni, sia perché costretti ad accettare il nuovo ordine, sia perché credevano nella libertà o nella democrazia che era stata loro promessa, cercassero disperatamente di fuggire. Cercavano di sfuggire al verdetto di tradimento e collusione, e alla punizione da parte degli uomini del nuovo regime, i cui metodi e standard di giudizio sono ben noti. Cose del genere accadono nelle fasi finali delle guerre. Sono successe e succederanno ancora. Chiunque, come me, ha vissuto una lunga guerra non vedrà la propria innocenza imbrattata da scene del genere. Sono eventi tristi, ma accadono.

Il documentario si sofferma a lungo su quella che sembra una grande fossa rettangolare dove si sono ammassate migliaia di persone, in attesa di salire sugli aerei per sfuggire ai talebani dopo aver ottenuto i documenti che attestano la loro idoneità all'imbarco. Sono migliaia e tra loro ci sono anche donne e bambini. La fossa è grande e somiglia a una palude prosciugata che probabilmente serviva a raccogliere le acque reflue. È recintata con filo spinato. Di qua dalla recinzione c’è l’aereo, mente di là ci sono i talebani, armati fino ai denti. Durante quello strano e indefinito tempo di attesa, molte persone nella fossa sono morte di sete. Le donne incinte partorivano tra gli stracci e le madri affamate non erano in grado di allattare i loro neonati. Alcuni giovani si suicidavano senza che nessuno se ne accorgesse o potesse recuperare i loro corpi. Le scene di quel documentario erano simili a quelle dei libri religiosi che descrivono gli orrori dell’inferno e la sua soglia umida, che è vicina ma impossibile da raggiungere, che separa e allo stesso tempo collega l’inferno e il paradiso, le persone nella fossa e l’aereo americano lì accanto.

L'aereo racchiude la promessa di un luminoso cielo azzurro oppure delle fiamme ardenti dell'inferno tra i demoni acquattati sul fondo. È la stessa immagine che vediamo nei dipinti che adornano le chiese fin dal Medioevo per spaventare i fedeli ed essere loro di monito. In quei dipinti Dio non è mai lontano, né lo è la sua luce abbagliante che simboleggia la salvezza per tutti gli esseri umani. Sull’altro lato del dipinto ci sono i demoni in attesa di esecuzioni infinite. Nella fossa afghana erano riprodotti gli stessi elementi. Quegli afghani in attesa non erano né all’inferno né in paradiso, bensì alla portata di entrambi nello stesso tempo. Erano nel limbo.

Per molto tempo non ho saputo che cosa fare di queste scene né come elaborarle nella mia mente, nella mia memoria, nella mia immaginazione. Ma a un certo punto la ragione deve intervenire. La ragione non risolve il dilemma, ma lo gestisce, proprio come fanno oggi le grandi società di consulenza e di investimento quando “gestiscono” le politiche di amministrazioni fallite. La ragione non ha il compito di salvare o trasformare il fallimento in successo, bensì di riciclarlo, come facciamo con i rifiuti tossici. In linea con le nostre aspirazioni ambientali, ricicliamo per non soffocare sotto i rifiuti che produciamo senza posa. È così che dovrebbe funzionare la ragione. Ma né la mia stanchezza né le lacrime dei soldati americani su quell’aereo hanno agevolato questo processo.

4

La ragione ci permette di prevedere che stiamo per precipitare in altri limbi. Alcuni sono immobili, altri ci vengono incontro a velocità incredibili, preannunciando la comparsa sempre più accelerata di voragini che collegano le due estremità della corda: un mondo che conosciamo e un mondo nuovo e sconosciuto che ci travolge.

A-Mutanabbi, il più importante poeta arabo del X secolo, descrive così la sua personale confusione in tempi turbolenti:

Non ho cercato una terra in cui stabilirmi
Né intendevo abbandonarne una
Sono sconvolto come se il vento fosse sotto di me
mentre lo dirigo a sud e a nord.

Al-Mutanabbi era un poeta eccezionale, ma le sue ambizioni politiche e materiali lo perseguitarono fino agli ultimi giorni della sua vita. Il fatto di non essere riuscito a realizzare tali ambizioni fu per lui fonte di costante tormento. È come se al-Mutanabbi cercasse di conciliare ciò che Nietzsche definiva l’apollineo e il dionisiaco. Nonostante tutti i suoi calcoli e la sua ricerca di potere e ricchezza, cadde “vittima” del proprio genio, della sua capacità di padroneggiare i paradossi del sogno e l’estetica della forma. Divenne inquieto, tormentato dalla propria mente, sospeso su quel vento che non si ferma mai.

Le nozioni nietzschiane di apollineo e dionisiaco furono esplorate dai pensatori del Rinascimento, anch’essi interessati alla civiltà greca. Mentre l’apollineo si riferisce a una sensibilità controllata dalla ragione, il dionisiaco indica un impulso animalesco e naturale. Nietzsche si rese conto che i Greci intendevano la tensione tra queste due forze come produttrice di uno stato di equilibrio. Anche lo stato di limbo emerge dal caos, ma può portare alla chiarezza e alla stabilità.

5

Gli opinionisti sostengono che il mondo sia entrato in un tunnel buio nel momento stesso in cui abbiamo smesso di associare il potere alla moralità, a un “ideale”, a un “sistema di valori” o semplicemente a un’“ideologia”. Le guerre sono sempre state combattute in nome di qualche grande ideale. Ad esempio, si diceva che le conquiste coloniali diffondessero la civiltà, civilizzassero i selvaggi e portassero loro la parola di Dio. Le guerre del nazismo venivano presentate come determinanti per la purezza della razza umana: un preludio alla diffusione della vera giustizia, anche attraverso la forza. Lo stalinismo non era affatto lontano da questo. Per molti secoli, l’argomentazione a favore delle guerre e delle occupazioni ha sempre fatto riferimento alla realizzazione della “felicità” del nemico, anche con la forza.

Ghassan Salame, intellettuale libanese e alto funzionario delle Nazioni Unite che si è occupato di risoluzione dei conflitti, sostiene che il mondo sia entrato in un altro tunnel buio dopo l’invasione americana dell’Iraq nel 2003. Tale invasione ha disgiunto l’uso della forza da un ideale di giustizia, diffondendo invece una menzogna globale che va sotto il nome di “armi di distruzione di massa di Saddam”. In occasione del ventesimo anniversario della Seconda Guerra del Golfo, il sito di notizie americano “The Intercept” ha pubblicato un articolo di John Schwartz sull’argomento. In ogni caso, il problema non sta nella menzogna in sé, quanto nel non esserne usciti, né attraverso l’espiazione o l’assunzione di responsabilità, né invertendo la rotta. A mio avviso, il risultato più dannoso di questa tragedia è la continua latitanza del concetto di giustizia. Ciò ha portato il mondo intero a uno stato di disperazione. E quando la disperazione prende piede, i virus del caos si moltiplicano e la ragione smette di funzionare. Il terreno diventa fertile per fantasie ultraterrene e teorici della cospirazione che cominciano a chiedersi se la Terra sia rotonda, se la bandiera americana abbia sventolato sulla Luna e se Hitler o Elvis siano davvero morti. Altri gruppi inviteranno al terrorismo e promuoveranno la jihād  in nome di un piano divino che promette di portare verità e giustizia sulla Terra e nell’aldilà.

Mao Tse-tung, uno dei leader più potenti della storia, era solito dire che il mondo funziona al meglio in uno stato di caos. Il caos, argomentava, permette la distruzione del vecchio mondo, mandando nuove forze a costruirne uno migliore. Quanto suona antiquato tutto questo oggi? Il nostro nuovo caos sta entrando in una fase diversa. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek identifica il riscaldamento globale e il saccheggio delle risorse naturali come il caos che oggi ci avviluppa e ci minaccia di autodistruzione. L'umanità sta rendendosi conto per la prima volta che l'ambiente del nostro bellissimo pianeta azzurro ha iniziato il suo conto alla rovescia finale. E si scopre che non vogliamo vedere ciò che vediamo. Non abbiamo ancora esaminato adeguatamente gli effetti a lungo termine dei virus che ci hanno appena invasi e immobilizzati.

6

Nel 1972, due anni dopo la pubblicazione del libro Lo shock del futuro di Alvin Toffler, Orson Welles partecipò a un documentario dallo stesso titolo. Sia il libro sia il film prevedevano eventi scientifici, sociali e politici che si sarebbero verificati nei successivi cinquant’anni. Chiunque abbia visto il famoso film di Orson Welles, Citizen Kane, e abbia compreso meglio il funzionamento del potere, della ricchezza, della tirannia e dell’inevitabile sottomissione alla condizione umana, è probabilmente in grado di immaginare una conversazione tra Welles e Bill Gates ai giorni nostri. Come girerebbe Welles un film sul mondo di Microsoft e come lo interpreterebbe, specialmente se fosse un’opera realizzata in collaborazione con M. Tefler? Sarebbe incredibile da vedere.

Comunque sia. Al momento siamo concentrati sulla diffusione dei sistemi digitali e sul ritmo sempre più accelerato della crescita dell’intelligenza artificiale. Alcuni sostengono che questa intelligenza, e ChatGPT in particolare, scriverà libri e documenterà la storia dell’umanità. Renderà inoltre superflui ogni tipo di istituto, sistema di apprendimento e talento, un processo che è già cominciato. E se l'intelligenza artificiale è oggi goffa o ingannevole, cosa impedisce all'inganno di sostituire la verità? Non è sempre stato così? Dov'è la verità in questo caos indistinto?

O forse tale stato di caos è meglio della disperazione totale?

7

Le canzonette, che di solito sono romantiche, descrivono in che modo la speranza tormenti l’innamorato ponendolo tra due fuochi: l’unione con l’amata e l’abbandono. Ma il vantaggio di trovarsi in questo limbo è che l’innamorato rimane innamorato e pieno di speranza. La scomparsa della speranza può portare l’innamorato al suicidio o a un delitto passionale. In entrambi i casi segna il distacco della mente dalla misura e dal buon senso.

Oggi, la situazione degli iracheni, degli afghani, dei siriani e soprattutto dei palestinesi sfocia per lo più nella disperazione: si uniscono a organizzazioni terroristiche o annegano nel tentativo di fuggire. Ho cercato di scrivere di questi rifugiati che vagano sulla terra per sottrarsi all’amore per il proprio paese! Il mio ultimo romanzo parlava dei loro sussurri, non delle loro voci. Ogni giorno essi continuano ad annegare e la letteratura o le arti in generale sono inefficaci di fronte a questa tragedia. Coloro di cui scriviamo si curano del proprio suicidio e non leggono i nostri testi. Dovremmo mostrare un po’ di umiltà di fronte a una realtà in cui il numero di sfollati nel mondo ha superato gli ottanta milioni, un dato senza precedenti nella storia dell’umanità.

Ma chi è troppo umile smette di scrivere. Devo essere un po’ arrogante e presuntuosa. Devo fingere che il mondo mi ascolti, anche solo per un istante. Ho bisogno di raccontare, se pur a bassa voce, la storia del limbo della solitudine in quel non-luogo che alcuni chiamano esilio. È la storia di un cammino su quella corda tesa che parte dal luogo che ti sei lasciato alle spalle – e che ti ha lasciato alle spalle – solo per arrivare a un punto morto, camminare sul posto, non andare da nessuna parte e sicuramente non nel luogo che i tuoi documenti ufficiali indicano come tuo luogo di residenza. Risiedere significa abitare, e abitare significa vivere? La casa – la tua casa – è quella che ti sei lasciato alle spalle? O è quella in cui stai e dietro le cui finestre ti svegli per prepararti il caffè? Che cosa vedi dalla tua finestra?

Credo nel potere della scrittura di fare sì che un luogo di residenza su una corda tesa si trasformi in un viaggio. La legge di attrazione verso uno dei due poli – i miei poli – viene cancellata nell’atto di scrivere. Qui? O là? Né qui né là. Essere a zero gradi di attrazione. E lo zero è in un certo senso la calma, la stabilità di chi è isolato quando la sua residenza si stabilisce in un bellissimo vuoto. O è un sogno che appartiene a una terra situata su più di una faglia geologica.

Lo zero è oblio...

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Non sono mai riuscita a rispettare nessun confine. Né i confini delle patrie, né quelli degli esili. Nessuno schema ideologico, né prescrizioni metafisiche di salvezza. Né roccaforti tribali, né i venti delle rivoluzioni. Persino i personaggi dei miei romanzi si rifiutano di sottostare ai confini primari del genere. Gli uomini non sono eroi e le donne non sono vittime. Gli ormoni instabili soffrono nel limbo delle parole.
Leggiamo insieme la meravigliosa poesia di Kavafis, “Itaca”, che il grande poeta iracheno Saadi Youssef ha tradotto in arabo (la trad. it. è di Margherita Dalmàti e Nelo Risi, in Constantinos Kavafis, Settantacinque poesie, Einaudi 1997).

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi
augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Poseidone incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio;
senza di lei, mai ti saresti messo sulla via.
Nulla di più ha da darti.

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

(Primavera 2023, “in performance", Dartmouth College, Hanover, N.H., USA)
(Traduzione dall’inglese di Maria Nadotti)

Cerchiamo di restare calmi e rallegriamoci del nostro status di paria. Approfittiamo dei vantaggi che ne abbiamo, soprattutto di non figurare nell’elenco degli eletti che devono dire la loro sempre e su tutto. Lo status degli individui liberi che non hanno cariche tribali né nazionali, ai margini del rullo compressore della contemporaneità e delle attualità del mondo. Accontentiamoci dell’ombra statica dei sacri mendicanti che nascondono dentro di sé l’anima e l’orgoglio… Scriviamo romanzi…

Hoda Barakat

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LO SPARO

Hoda Barakat

Niente potrà addolcire l’amarezza che cerchiamo ogni mattina con morbosità febbrile. È la dipendenza. La dose necessaria, quotidiana, in altre parole il veleno stesso. Senza dubbio.

L’immagine, alle prime luci dell’alba, per non perdere “l’effetto notte”, quella che blocca la luce del giorno senza per altro insediare la notte, quella che il sonno rischierebbe di rubarci.

È ancora nero come l’inchiostro nella stanza quando accendo lo schermo alla ricerca degli ultimi assassinati, degli ultimi assassini, degli ultimi colpi che hanno tirato alle mie spalle, vale a dire mentre dormivo. Come se reclamassi il mio proiettile, voglio il mio primo morto per svegliarmi, perché la ruota della mia vita quotidiana sia ben oliata…

Non si fa attendere, l’immagine. Non ho bisogno di fare zapping tra i siti e i motori di ricerca. È istantaneamente riconoscibile dalla qualità scadente delle videocamere dei telefoni cellulari, frantumata e sfocata. Eccolo l’uomo che mi somiglia troppo: si piega, si rompe, si disgrega e cade nella strada che riconosco troppo. Eccola la chiazza rossa che si allarga rapidamente sotto la sua testa…

Queste sequenze non hanno tecnici del suono, né musica di fondo. Apro un’altra finestra sul mio schermo e scelgo Bach, il Kyrie eleison diretto da Karl Richter. Adesso devo scaricare il documento e davvero Bach è quel che ci vuole. Lo stesso Bach di cui Cioran diceva: “Mi domando chi ha creato l’altro: Bach o Dio?!”

Fatto questo, classifico il mio documento e ritorno all’immagine. Ripasso il filmato, fermandolo ogni volta che ne ho bisogno. Adesso voglio vedere e osservare l’uomo che cade, prima che i suoi amici, compagni o compagni d’armi lo trascinino fuori campo per i piedi. Voglio vedere il suo viso proprio nell’istante che precede lo sparo, per sapere se guardava nella direzione del proiettile del suo assassino. Se ha “visto”, o se è caduto sotto una pioggia di colpi, una salva proveniente da traiettorie diverse. Non è un semplice dettaglio. Nel calcolo delle componenti del terrore, questo particolare assume un’importanza enorme.

Per arrivarci, per inquadrare il mio esercizio e calarlo bene nella sua “categoria”, bisogna che io ritorni a Beirut.

L’uomo armato ha diretto le canne della mitragliatrice verso l’interno della vettura e ha minacciato in modo deciso di fare fuoco. Noi eravamo dentro l’auto, lui davanti al posto di blocco. Ho visto le palle di fuoco esplodere di fronte a me, ma non ho udito le deflagrazioni. In quell’attimo non ho avuto paura. Questo è certo. Ero completamente vuota. Tutto il mio corpo era teso, come un arco pronto a accogliere il buco della pallottola. Era un’assenza: una morte per ricevere la morte. La morte appena prima.

La paura ci assale molto prima dello sparo, oppure dopo. Direi un momento prima, o un momento dopo. Il mio lessico appare troppo vago perché la nostra capacità di comprensione dell’“istante” non può contare sugli stessi strumenti che servono a registrarlo. Scopriamo così che il sibilo del proiettile o dell’obice avvertito dalle nostre orecchie è solo la prova che non siamo morti, la dimostrazione indelebile e incontestabile che siamo sopravvissuti; e dunque che la nostra paura è del tutto assurda…

Guardando l’uomo infrangersi e cadere in mezzo alla strada sulla sua chiazza rossa, cerco disperatamente quel che mi rende sostenibile la scena, quel che mi “dice” che non ha avuto paura. Ho bisogno di questa certezza. Avrà paura solo chi vedrà arrivare la morte mentre è dalla parte dei vivi, e dunque dalla parte di chi non muore in quello stesso istante…

Torno a Bach, più precisamente alla “Passione secondo Matteo”. Non ha avuto paura Levi – tale era allora il suo nome – quando il Nazareno l’ha chiamato mentre stava dietro ai suoi registri da esattore delle tasse nella regione di Tiberiade. Si è alzato, si è incamminato e il suo nome è diventato Matteo. Eppure Matteo ha avuto paura quando l’ala della morte lo ha sfiorato allorché, vecchio e malato, scriveva il suo vangelo. L’angelo della scrittura altri non è che l’angelo della morte. Colui che annuncia la fine del messaggio, e la partenza. Levi non ha avuto paura all’appello del Nazareno, perché ha visto la propria morte, passata e istantanea.

Bach aveva venticinque anni quando compose la passione del suo vecchio Matteo. Vivrà fino a sessantaquattro anni, dandosi completamente all’attesa della morte, alla propria paura, glorificandola e cercando di dominarla tra le mani di Dio.
Nella sua straordinaria opera autobiografica, il pianista polacco Władysław Szpilman – e dopo di lui il cineasta Roman Polanski – si sono fermati sull’istante in cui l’ufficiale nazista scopre Szpilman nascosto tra le rovine di una Varsavia rasa al suolo dai bombardamenti. Sono faccia a faccia.

Il pianista, intirizzito, affamato e quasi privo di forze, guarda l’ufficiale nazista che lo guarda. Guarda la morte imminente, ma non ha paura. La prova è assolutamente innegabile: quando l’ufficiale gli chiede di dimostrare la sua identità, il pianista suona con un virtuosismo stupefacente uno dei brani più difficili, la ballata per pianoforte n. 1 di Chopin! Come avrebbe potuto, dal momento che la paura disorienta i sensi, padroneggiare un corpo vacillante e suonare con tanta maestria?! Szpilman non ha avuto paura e la storia è vera.

Quel che qui ci interessa non è la fine di questa storia. Comunque, molto brevemente, l’ufficiale nazista melomane non ucciderà il virtuoso ebreo. Gli darà la sua razione di pane e di salsiccia e gli lascerà perfino il suo pastrano militare di lana spessa prima di ritirarsi con il proprio esercito dalla città ferita davanti all’avanzata dei russi… o sovietici.

Il pianista sperimenta la paura della sua vita correndo tra le macerie per evitare gli spari dei nuovi conquistatori che, a causa di quello stesso pastrano, l’hanno scambiato per un soldato tedesco, un nemico…

Tutte le storie, vere, inventate o “fabbricate” di sana pianta, mi sono utili. Ne ho bisogno per convincermi che l’uomo che si ammassa sulla chiazza rossa nella strada prima di essere trascinato fuori campo per i piedi non ha avuto paura prima di morire.

Ciò di cui soprattutto ho bisogno è la prova irrevocabile, la certezza definitiva che il suo assassino lo sa. Perché potrei forse venire a patti con la sua morte, ma non riuscirei mai ad accettare che abbia avuto paura… solo, sulla sua chiazza rossa, laggiù in strada.

Pubblicato in “Al-Doha Magazine”, n. 55, maggio 2012
(Traduzione dal francese di Maria Nadotti)