Leila Shahid

Diplomatica | Prima donna ambasciatrice per la Palestina

Il 30 settembre 2025 abbiamo realizzato in Francia la Prova d’ascolto n. 7 con Leila Shahid, prima donna ambasciatrice per la Palestina.
Leila Shahid, nata a Beirut nel 1949, membro dell’influente famiglia Husayni di Gerusalemme, è stata la prima donna ambasciatrice della Palestina. Ha studiato antropologia all’Università Americana di Beirut. Ha poi lavorato nei campi profughi palestinesi fino al 1974, quando ha iniziato il dottorato in Antropologia a Parigi.
Shahid è stata rappresentante ufficiale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in Irlanda dal 1989, nei Paesi Bassi nel 1990 e successivamente dell’Autorità Nazionale Palestinese a Parigi, in Francia, per tredici anni a partire dal 1993.
Dal 2006 al 2015 è stata Delegata Generale della Palestina presso l’Unione Europea, il Belgio e il Lussemburgo.
Leila Shahid è mancata il 18 febbraio 2026 nella sua casa del sud della Francia.

Palesinesi Jean Genet

PALESTINESI

di Jean Genet

Nel libro Palestinesi (trad. di Marco Dotti, edito da il Saggiatore, Milano 2024) è raccolta la riproduzione integrale della conversazione tra Jean Genet, Leila Shahid e il giornalista radiofonico Rüdiger Wischenbart, a Vienna, il 6 e 7 dicembre 1983. Jean Genet e Leila Shahid si erano recati in Austria per raccontare i massacri di Sabra e Chatila del 1982, in Libano, di cui erano stati testimoni. Jean Genet accettò di essere intervistato con Leila Shahid a patto che le domande avessero come oggetto solo i palestinesi.

LEILA SHAHID

Frammenti di conversazione

Il reciproco riconoscimento è una falsa questione. A che cosa serve che gli israeliani dicano di riconoscere l’Olp se dei soldati che sono per la maggior parte dei riservisti e quindi, nella vita di ogni giorno, sono medici, professori, studenti, calzolai, elettricisti – quando, mobilitati nell’esercito, sono stati alle porte di Sabra e Shatila e guardavano il campo e hanno visto – e l’hanno ammesso nel rapporto Kahan – hanno visto donne, bambini assassinati davanti a loro. Non hanno reagito! Neppure nei confronti dei bambini! Considerano gli uomini come nemici, perché, almeno potenzialmente, sono dei combattenti. Ma nessun soldato si è rivolto istintivamente verso un bambino per proteggerlo, gridando ai carnefici «è un bambino, non ammazzatelo!». Neppure uno! Nel migliore dei casi, i soldati se ne sono andati a trovare i propri superiori, nel quartier generale di fronte al campo.
[…]
Sì, nel migliore dei casi uno o due saranno andati a dire agli ufficiali: succede qualcosa nel campo. E l’ufficiale gli ha risposto di non impicciarsi, che il fatto non li riguardava. E loro hanno obbedito.
[…]
Perché? La risposta è che dal 1948 al 1982 l’intera politica sionista è stata fondata sul non riconoscimento dell’esistenza di qualcosa che si chiama «essere umano palestinese». Quando Begin afferma: «Sono bestie a due zampe», non è solo Begin a dirlo. È la maggioranza della popolazione israeliana a livello conscio o inconscio. Perché se avessero accettato l’idea che si trattava di uomini come loro, non avrebbero potuto non reagire. Ce ne sarebbe stato uno, almeno, che avrebbe reagito.
[…]
Nel rapporto della Commissione Kahan, un soldato ha raccontato come ha vomitato quando un falangista che aveva preso un bambino proprio davanti agli occhi di un israeliano gli ha detto «lo porto all’ospedale», l’ha preso e l’ha squartato. E questo soldato ha detto «ho vomitato». Ma vomitare non è un atto. Per me il vero riconoscimento è quello che viene dall’individuo e che fa sì che tu non sia più pronto ad accettare che si faccia a un essere umano palestinese ciò che non sarebbe mai fatto a un essere umano ebreo o cristiano, israeliano o occidentale. Questo è un riconoscimento reale. Ma se il riconoscimento si limita a un trattato firmato alle Nazioni Unite non ha grande valore. In Occidente, si è fatta una gran cosa della Commissione Kahan e delle manifestazioni di quattrocentomila persone, a Tel Aviv, che rivendicavano una commissione d’inchiesta dopo i massacri di Sabra e Shatila, manifestazioni organizzate da Peace Now. E ogni occasione è buona per ricordarci che questa è la prova della democrazia israeliana. A mio parere – e sono d’accordo con Jean [Genet] – manifestazione e rapporto fanno entrambi parte del massacro.
È quasi la messa in scena di una rappresentazione teatrale il cui soggetto è il massacro, ma il copione sono il resoconto di Kahan e la manifestazione. Non che io metta in dubbio la buona fede dei manifestanti, ma voglio dire che una volta fatta la manifestazione, il cittadino israeliano si è sentito il cuore tranquillo. Il suo esercito, non bisogna dimenticarlo, è costituito in maggior parte di riservisti, quindi di cittadini – non si può dire che l’esercito non li riguarda, perché ciascuno è potenzialmente l’esercito, potenzialmente soldato –, l’esercito ha compiuto un massacro, io ho manifestato, e che non mi si secchi, ho fatto il mio dovere. Ma ho manifestato per un’ora. E questo ti ha dato il privilegio di chiamarti cittadino di una grande democrazia, per il solo fatto di aver manifestato. E l’indomani si continuano ad annettere territori, a espellerne gli abitanti, a distruggere le abitazioni, a torturare persone nelle galere israeliane, a non considerare i cinquemila prigionieri
politici di Ansar come prigionieri di guerra. E tu, che cosa fai nel frattempo? Tu non fai niente. La tua coscienza è tranquilla. Hai manifestato, e non fai più niente adesso.

Nello stesso volume è raccolto il testo drammatico e poetico Quattro ore a Chatila, con cui Jean Genet ritrova la scrittura, da anni smarrita, per raccontare i due giorni di massacri di civili dei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila (16-18 settembre 1982) per mano delle milizie falangiste con la complicità dell’esercito israeliano.

Scrittore, drammaturgo e poeta, Jean Genet (Parigi 1910 – 1986) fu grande amico di Leila Shahid. A poche ore dalla sua scomparsa, il dattiloscritto del suo capolavoro postumo Un captif amourex, ancora inedito in Italia, fu affidato a Leila Shahid.

Mettere tutte le immagini del linguaggio al riparo e servirsene,
poiché si trovano nel deserto in cui vanno cercate…

Jean Genet

Questa frase l’ho letta quando il suo amico Jacky mi ha dato il manoscritto. E Jacky, che conosceva Genet perfettamente e lo aveva lasciato la sera prima per non doverlo mai più rivedere, mi disse: «Strano, questa nota scritta a mano ieri non c’era». Guardai. Anche nei caratteri, nel bianco della pagina, c’era la tensione febbrile, il tremito della mano di jean che stava per morire e aveva bisogno di mettere in esergo al Captif queste poche righe. Le avrò lette mille volte cercando di attraversare il muro della morte che ci separa e chiedendomi: Che cosa ha voluto dire?

Leila Shahid

Libro Memorie di Gerusalemme

MEMORIE DI GERUSALEMME

di Sirin Husseini Shahid

A questa nuova prova d’ascolto, accostiamo qualche pagina di Memorie di Gerusalemme (trad. it. di Marco Ammar, Edizioni Q, Roma 2022). Ne è autrice la madre di Leila Shahid, Sirin Husseini Shahid, che – come si legge nella sua breve nota introduttiva – lo scrive negli ultimi anni della sua vita “per i miei figli e per le generazioni future, che rischiano di non sapere niente di noi e del nostro modo di vivere”.

Il libro, prefato da Edward W. Said e corredato di splendide fotografie di famiglia, è un documento prezioso della storia e della vitalità di un paese e di un popolo ufficialmente ‘inesistenti’. Qui, di seguito, il testo della prefazione, che pubblichiamo per gentile concessione dell’editore.

MEMORIE DI GERUSALEMME

Prefazione di Edward W. Said

“A volte il passato pesa sul cuore. Ma io ci ritorno spesso, e ricordo.” Sono queste le ultime parole, semplici e profondamente commoventi, del libro nel quale Sirin Husseini Shahid rievoca il suo passato palestinese, ricordi raccolti, come dice il poeta, nella tranquillità della sua casa di Beirut. Nata nel 1920 in quella che fu senza dubbio la più grande famiglia di notabili palestinesi di Gerusalemme, ebbe naturale accesso a un ambiente privilegiato e benestante. Questo privilegio, va precisato, non sortì l’effetto di allontanarla dai problemi del suo popolo, che subiva allora sia le devastazioni del governo mandatario britannico (che si concluse nel 1948 con la distruzione della società palestinese), sia l’onnipresente minaccia delle invasioni sioniste.

L’autrice ci dice subito che i suoi ricordi riguardano essenzialmente alcuni luoghi, di Gerusalemme e dei suoi dintorni, di Gerico e di altre città della Palestina e poi del Libano, però al tempo stesso dipinge un dettagliato ritratto della vasta rete di parenti ed amici entro la quale è cresciuta, è stata educata e ha formato la propria coscienza. Come il lettore scoprirà rapidamente, poche cose sono sfuggite al suo acuto sguardo, benché lei non si consideri né una letterata, né una militante. Giovane donna sensibile e piena d’entusiasmo, possedeva una naturale capacità ricettiva delle persone e dei luoghi; è proprio attraverso l’espressione, ricca di dettagli spesso dolorosi ma sempre vivi, dei sentimenti che le hanno ispirato, che ci racconta la sua giovinezza, i trasferimenti e le tragedie causati dalla morte, dai cambiamenti di vita imposti e dall’esilio, come anche le gioie della scoperta, dei rapporti umani e dell’amore che hanno plasmato la sua vita di palestinese, di moglie e di madre, nel corso di una parte consistente del XX secolo.
I passaggi del suo racconto precedenti la caduta della Palestina sono già gravidi di sventure. Già nelle prime pagine, il padre di Sirin, Jamal al-Husseini, evocando una colonna di rifugiati armeni che attraversavano Gerico, ha la premonizione dell’esilio che lo aspetta. Circa 800.000 palestinesi conosceranno quel destino nel 1948 ma, essendo stato uno dei dirigenti nazionali della sollevazione contro i britannici nel 1936-1939, Jamal al-Husseini sarà deportato una decina d’anni prima della distruzione della Palestina, insieme ad altri personaggi di spicco del movimento. La famiglia di Sirin occupa il vertice della gerarchia palestinese: si può ricordare Haj Amin al-Husseini, il mufti, e suo zio materno, Musa al-Alami, uomo brillante, diplomato a Cambridge, le cui idee moderne, che spaziavano dalla politica all’agricoltura, sono molto avanzate rispetto al loro tempo. Nessuno di questi uomini, tuttavia, verrà risparmiato dalle avversità che affliggeranno la maggioranza dei rifugiati. Ma la loro incarcerazione e separazione prematura dal loro popolo non saranno estranee all’impreparazione di una nazione che si vedrà sopraffatta dalle forze sioniste meglio organizzate e meglio armate, assai determinate ad eliminarla. Attraverso gli occhi di Sirin, vediamo i britannici vessare i palestinesi fino allo sfinimento, prima di consegnarli, privi delle loro difese essenziali e decimati, all’Haganah. E poi la vita si improvvisa attraverso una serie di spostamenti, dalla Palestina al Libano all’Iraq e in altri luoghi ancora.

Si noterà anche la grande volontà di sopravvivenza di Sirin, la sua capacità di trarre vantaggio da tutte le opportunità educative che le vengono offerte prima dalla Friends School di Ramallah e poi dall’università americana di Beirut. Per una ragazza araba del periodo tra le due guerre, un simile livello di istruzione non era comune, ma vi si può leggere il segnale dell’incredibile energia che in seguito ha spinto i palestinesi – ed in particolare le donne – a non accontentarsi di essere spettatori inerti o passivi, bensì a partecipare alla causa comune di sviluppo ed alla lotta collettiva. Come è stato per molte delle sue compatriote, l’educazione e l’apprendimento dell’autonomia le consentiranno una costanza che la geografia o la politica non permettono. Questa, d’altra parte, sarà una delle caratteristiche dell’intifada, mezzo secolo più tardi: un fronte unito di civili, uomini, donne e ragazzi, sfideranno con coerenza le forze israeliane in tutti i territori occupati, grazie alla loro organizzazione, al loro spirito e alle loro risorse, alla loro intelligenza e volontà ottimista. Se parlo di questo, è per sottolineare il coraggio e la perseveranza di cui Sirin ha dato costantemente testimonianza, nel corso delle prove che ha affrontato, nonostante la quantità di avversità, nonostante le morti, le separazioni e le perdite, e per mostrare come la sua storia personale rispecchi lo schema più generale di annientamento del suo popolo, per così tanto tempo.
Ma la storia, in particolare quella delle vittime, continua a vivere altrimenti, non si cancella così facilmente. E può riprendere vita grazie alle testimonianze personali di cui quella di Sirin è un magistrale esempio.
Il grande merito del suo lavoro è di non parlare soltanto di sé stessa e dei suoi illustri parenti, ma di evocare l’intero ambiente in cui loro vivevano, quel tessuto comune così tragicamente strappato nel 1948. Vediamo pastori, cuochi, professori, zii e zie, cugini, contadini, fratelli e sorelle, compagni di classe, giardinieri, persone anziane, amici, amanti, genitori, oggetti amati, luoghi, istanti, periodi: le case, le scuole, le fattorie, i luoghi dei pic-nic e delle riunioni sociali, che furono conquistati e trasformati da Israele in beni “stranieri”, oppure semplicemente distrutti.

Ci tengo anche a sottolineare che l’aspetto aneddotico, quasi frammentario, del suo racconto ci regala un prezioso resoconto informale, personale, della vita di persone comuni che dovettero affrontare un’organizzazione politica moderna determinata a scacciarle dalla Storia. Diversamente da Israele, la Palestina del dopo 1948 (ed anche prima, in gran parte) non disponeva di archivi; non ci si preoccupava minimamente di censire le proprietà, di tramandare i fatti, di consegnare dei documenti ai posteri, il che facilitò ancor di più l’impresa di sradicamento dei palestinesi. Anche oggi, nonostante la nascita della corrente dei nuovi storici israeliani, l’aspetto arabo del conflitto viene riportato essenzialmente sulla base delle fonti sioniste o britanniche. Non si tratta solo dell’accessibilità ai documenti in biblioteca. Il tipo stesso di conflitto che ha opposto sionisti e palestinesi ha portato in modo deliberato ad impedire la ricostruzione e la trasmissione dell’esperienza vissuta. Come non provare orrore pensando a ciò che subirono quelle migliaia di vittime, scacciate dalle loro case, costrette a percorrere a piedi considerevoli distanze, trovando la morte o un rifugio precario nei campi, baracche di fortuna e dimore temporanee in diversi paesi arabi vicini? Tutto questo era destinato per definizione a sparire, tutto questo doveva restare nascosto, non essere visto né ascoltato. Quando gli storici portano alla luce gli archivi, la maggior parte di loro, si può capire, è reticente ad interpretare o a far capire il silenzio dei palestinesi; così si limitano, in modo positivista (e prudente) a ciò che viene riferito o consegnato da qualche funzionario britannico o sionista.

Attraverso la sua prosa, è una vita personale che emerge dal passato, dolcemente ma ostinatamente, per catturare la nostra attenzione e farci riflettere. Avvertiamo anche, intorno a lei e dietro di lei, una grande storia collettiva percepita in modo naturale e senza affettazione come il prodotto di filiazioni e di affiliazioni che nessuna violenza, nessuna istituzione sarebbero in grado di eliminare definitivamente. Il libro di Sirin Husseini Shahid è un tesoro storico ed umano, essenzialmente composto, come un mosaico, da frammenti, molti dei quali gradevoli, e da gioie fugaci, da dolori più duraturi, disposti con infinito rispetto ed affetto nella speranza di educare e, certamente, di sedurre il lettore che, in assenza di questo racconto, non saprebbe niente di quel mondo la cui essenza è oggi perduta. È una testimonianza intima, senza dubbio, ma è anche letteratura – familiare, umana, sincera, generosa ed eloquente. È a partire da questo tipo di materiale vivente che si costruirà il futuro della Palestina, materiale che durerà ben più a lungo e che servirà ad obbiettivi più grandi di quanto Sirin Shahid, sempre modesta, avrebbe mai pensato. Questo libro merita di trovare posto nel museo della memoria, a fianco di altri ricordi, perché né l’amnesia né un preteso progresso storico possano mai più cancellare le loro testimonianze.